Ciao Carlo, ho appena finito di leggere il tuo romanzo "Il Falsario di Reliquie" che ha vinto l'edizione 2015 del difficilissimo torneo Ioscrittore (https://www.ioscrittore.it/ Il che prevede che gli stessi autori leggano e giudichino dieci fra le altre opere in concorso. Vincitore assoluto, hai sbaragliato quasi 4.000 concorrenti. Il tuo è un romanzo che si inserisce in un filone classico, il giallo storico, ma, allo stesso tempo, ha una serie di caratteristiche originali: basato su eventi accaduti realmente, la scrittura volutamente moderna, l'accuratezza della lingua e della ricerca. Tra le righe, poi, si legge una rilettura critica della storia e della contemporaneità. Sono andata troppo oltre?

 

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04/06/2019, 13:01



La-selezione-rovina-la-digestione


 



Mi sono occupata di recruiting per tantissimi anni (non dico quanti, ovvio...). 
È un’attività che ho sempre fatto piuttosto bene (mi dicono), pur non amandola particolarmente, per questo me ne sono allontanata volentieri negli ultimi anni, nei quali, piuttosto, mi dedico a preparare le persone ad affrontare i colloqui di selezione, insomma, sono "passata al nemico".   

Recentemente, parlando con una collega, ci siamo trovate a riflettere su un aspetto interessante del lavoro del recruiter. 
L’addetto alla selezione, in particolare quello che si occupa di aspetti non tecnici ma più eminentemente psicologici, ha, tendenzialmente, una certa avversione al rischio.

Che vuol dire? 

Che per quanto sia solleticato dal desiderio di "pescare il pesce grosso", la sua principale preoccupazione è di evitare di sbagliare. Di conseguenza, soprattutto se non è un selezionatore professionale, ma una persona che "si è fatta con l’esperienza" 
la sua principale preoccupazione sarà evitare l’errore.   
Questo ha una serie di risvolti che si riflettono sulla sua attività lavorativa ma, a volte, anche sulla sua vita personale.   

In particolare, una delle conseguenze è la tendenza a focalizzarsi sugli aspetti potenzialmente negativi delle caratteristiche dei candidati, piuttosto che su quelli potenzialmente positivi.
I recruiter hanno talmente paura dell’errore di valutazione che sviluppano un’elevata avversione al rischio e un approccio cauto, tendendo a scegliere il candidato che sembra più "tranquillo", non necessariamente il più brillante.

La cosa che sottolineavamo con la collega è, che alle volte, questa tendenza, se non è consapevole, rischia di riflettersi sulla vita personale per cui il selezionatore può avere lo stesso approccio anche nelle amicizie e negli affetti.   
Il recruiter preparato, che ha studiato e lavorato sulle proprie paure e sui propri bias sa accogliere il rischio, nella vita e nel lavoro, quello improvvisato, il "praticone", rischia di assumere candidati mediocri e restare triste e solo.   

Insomma, la selezione può rovinare la digestione, se non si fa attenzione.  

E scusate la rima.  


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